®

Come nacque la Psicocucina®
 
 

Nel 1974 mio padre, un uomo che nemmeno sua madre, con tutto il bene che gli voleva, considerava emulo di Stakanov,  si trasferì con tutta la famiglia nel vecchio mulino di San Giacomo. Estasiato dalla tranquillità della campagna si rilassò tanto che nel breve volgere di due settimane ne aveva già preso il ritmo pigro e contemplativo. 
Lo si poteva incontrare, munito di taccuino e matita, sul ponte dell’autostrada a stilare statistiche sul traffico veicolare. 
Quando tornava a casa dal "lavoro" portava notizie strabilianti: “Oggi sono passate sette BMW, il 2,46% del totale veicoli transitati. E’ il record stagionale per la casa bavarese.” 
A Paola, la ,moglie che gli chiedeva come fosse andata la giornata, rispondeva secondo il traffico: “Giornata fiacca: 1327 macchine; 213 camions e trentasei corriere” oppure “Benone! Oggi sono passati due trasporti eccezionali, uno era un’immensa botte di acciaio e l’altro un cabinato di almeno quaranta piedi battente bandiera austriaca.”
Trascorsero i mesi e papà, che nel profondo dell’anima sognava un posto da  casellante all’uscita di Treviso nord, aveva acquisito una professionalità  indiscutibile che gli permetteva di lavorare anche di notte a patto che non vi fosse  troppo traffico. A casa andava per lavarsi, cambiarsi, mangiare un boccone in fretta e archiviare i dati della giornata. 
La cosa  non doveva essere troppo gradita a sua moglie e non occorre troppa fantasia per  comprenderne le ragioni. Oltretutto la famiglia era cresciuta con la nascita di mia  sorella Olivia, gli impegni erano molti  e il bel sembiante, il caro coniuge, non si faceva vedere. Mia madre provò a parlargli  e a spiegargli che avrebbe dovuto passare più tempo a casa, ma papà  si incupì tremendamente e reagì a modo suo: si mise a contare le biciclette che  passavano sul ponte del Musestre, cosa che poteva fare dal giardino di casa. I velocipedi  però non gli davano le stesse emozioni dei mezzi a motore e poi i ciclisti che passavano  erano sempre gli stessi. Le sue corrispondenze dal lavoro cambiarono: “Pensate,  oggi Britola è passato per andare all’osteria alle nove e trentasette, con un anticipo di dodici minuti sul suo orario consueto.” Mamma si rese conto che  ci voleva una terapia radicale, ma quale? La risposta a questo amletico dubbio venne annunciata dal trillo telefonico che  annunciava una chiamata di sua madre, una donna ai cui voleri nessuno aveva  mai osato opporsi e che era Gran Mogol di un’importante associazione benefica. Tutti gli anni costei organizzava una fiera di beneficenza per aiutare i malati meno  abbienti e pensò bene di rivolgersi alla figlia affinché le fornisse qualche buon  prodotto della campagna. Paola colse la palla al balzo e, invece di andare in  cerca di oche e mele per le fattorie, chiese aiuto al casellante di famiglia. Mio padre, che aveva un mare di difetti, ma era un cuoco di primissima categoria e un gourmet raffinatissimo, fu messo immediatamente ai fornelli e cominciò a sfornare prelibatissime marmellate. 
Nacque così il nostro piccolo business famigliare. La Società Autostrade perse il suo migliore, anche se solo potenziale, casellante e i consumatori italiani, ma non solo quelli cominciarono a trovare negli scaffali dei negozi squisitissime salse e marmellate.
Ma questo è niente, il fatto più importante fu la nascita della psicocucina. Quello che, infatti, spingeva mio padre ai bordi dell'autostrada era una grave forma depressiva che scomparve non appena egli si mise ai fornelli. La causa della miracolosa guarigione ci apparve chiara e non appena qualche famigliare appariva un po' giù veniva immediatamente incaricato di preparare il pranzo o, più semplicemente, mandato in fabbrica "ai pentoloni". Tutte le estati il nostro mulino accoglieva amici e parenti colpiti da depressione che rispedivamo ai propri cari, dopo una breve terapia ai fornelli, ritemprati e carichi di ottimismo.
 

©tutti i diritti riservati di